Dal Libro

Una parte, l’inizio, di Claudio

I. L’estraneo nello specchio Lì di fronte c’è un uomo preoccupato e agitato. Per niente. Cosa ci fa nel tuo bagno, proprio di fronte a te? La tua stessa altezza, ma molto più anziano. Almeno all’apparenza: “Non ho mai avuto quella ruga lì”. Lo sguardo assente, la mente che vaga altrove. Lo osservi, è proprio nel tuo specchio. Se fai finta di niente, magari andrà via. E’ solo un’immagine confusa. Tutto passa. Non abbiamo tempo per queste sciocchezze, non si spreca così la giornata con tutte le cose che ci sono da fare. Se però lo trovi lì, davanti ai tuoi occhi e ti fa paura, allora è diverso. Uno shock. E’ un “altro”, al disperato inseguimento di cose inutili e noiose, che appaiono proprio importanti, ma sono assolutamente prive di senso. La banca. “Il conto corrente è da cambiare, troppo caro, ho visto una pubblicità e poi me l’ha detto anche Franco“. I punti del supermercato “Entro questa settimana, poi scadono, che abbiamo fatto tanta fatica ad accumularli“. Il collega che ti vuole fregare. “L’ho capito quello lì, aspetta che esco per farmi le scarpe, resta in ufficio sempre un po’ più a lungo di me“. La famiglia: “Con mia sorella ci devo parlare, basta con questi ricatti morali, cosa vuol dire spendere così tanto per un regalo alla mamma, cosa pensa di dimostrare?”. Quell’estraneo non sono io. Non ci credo. Un giorno è successo. Claudio si è guardato allo specchio e ha deciso che bisognava prendersi una lunga pausa. Non cambiare lavoro, famiglia o vita. Solo prendersi una pausa, in un’altra dimensione, altrove, e godersi quello che aveva tra le mani. Poco, ma in realtà tantissimo. Al diavolo i risparmi per comprare una bella macchina, non la solita utilitaria, “la prima della mia vita, a 40 anni me la posso permettere”. Chissenefrega. La cosa meravigliosamente preoccupante è che anche Myriam, quasi in contemporanea, ha avuto le stesse sensazioni. Così una settimana dopo stavano già pensando, nel buio pesto di una profonda notte invernale, al cosa fare.Non è necessario superare il limite, andare dall’altra parte dello specchio come Alice nel paese delle meraviglie, per scoprire un mondo diverso, per rendersi conto che “si può fare“. A volte è una decisione razionale, una stalattite che perde una goccia alla volta e forma un disegno bellissimo. Certo che alcuni elementi ti aiutano a capire se sei andato “oltre”. Se il tempo mensile impiegato per la pulizia dell’auto supera quello dedicato a giocare con l‘unico figlio che hai avuto la fortuna di avere. O se è una terribile fatica ricordare il nome dell’unico fratello che ti ha regalato tua madre, anche se vive in un altro Paese. Quello che da ragazzini era il compagno ideale di giochi, oltre che il principale nemico nelle battaglie in famiglia per avere un ovetto kinder e un pezzo di attenzione in più dei genitori.Se hai sfondato la barriera del suono e te ne sei accorto, meglio non aspettare che il tuo orecchio non sia più in grado di ascoltare niente. L’ideale è farlo subito, perché potranno esserci in futuro delle altre chance, ma nella vita non capita mai per due volte la stessa occasione.Non ci sono obblighi, non ci sono regole. Noi abbiamo fatto un piccolo salto, ad occhi chiusi, dimenticando le regole di buon senso e abbracciandoci tutti. Una famiglia in viaggio. Con la promessa di ritrovarci dopo cinque mesi a vedere che immagine avrebbe proiettato quello specchio.

II. L’idea che avanza L’Australia per molti italiani è un’idea, prima che un luogo fisico. E’ dall’altra parte del mondo, ma in un Paese occidentale. Un parco naturale di milioni di chilometri quadrati, con una quantità sterminata di animali “strani” e pure di più non ancora classificati, però con città simili alle nostre, magari abitate da gente un pochino meno stressata. E’ l’altra faccia di noi stessi. A Claudio è venuto naturale proporlo a Myriam, una sera tornando dal lavoro. Lei ha sorriso, senza dire una parola. E’ andata nello studio, aperto la sua borsa e mostrato la guida della Lonely planet che aveva appena comprato. Sulla copertina un gigantesco canguro. Ci vuole fortuna nella vita a mettersi con la persona giusta. Ci vuole ancora più fortuna a incontrarla nel momento giusto.Si trattava poi di comunicarlo a Lieto. Come fai a spiegare a un bambino che non ha ancora sei anni che stiamo per partire, che molleremo per tantissimo tempo la casa, la scuola, il lavoro, i nonni, i giochi, il suo paese, per andare a vivere su una scatoletta poco più grande di una macchina, girando come dei matti un continente dove non parlano neanche l’italiano? Lieto l’ha presa bene, anche se non gli è stata presentata proprio così. Gli abbiamo detto che sarebbe stato con i suoi genitori per un bel po’. Sembrava felice all’idea. “Posso mangiare anche dei dolci?“, ha iniziato ad alzare la posta, come nel suo costume. Poi soprattutto la frase che lo ha spinto a gettarsi verso l’ignoto “Una cosa da eroi, te la senti?”. Lui ha interiorizzato questo concetto, di eroe, tanto che ogni volta che ne azzecca una dice con fierezza: “Sono stato un eroe”. Sì, se la sente di fare l’eroe. Per il resto pochi concetti, sintetici. Che è andato a spiattellare a destra e a manca, prima delle nostre comunicazioni “ufficiali”. Così che una settimana dopo, al colloquio con la maestra d’asilo durante il quale avrei dovuto spiegare le nostre intenzioni e chiedere qualche consiglio, è arrivato il primo redde rationem: “Il bambino sembra anche più grande della sua età, per me sarebbe pronto per la prima elementare, potrebbe anche anticipare”. Testa alta da padre orgoglioso. Bel lavoro, quando i genitori sanno fare il loro mestiere… “L’unica cosa…”. Ahi. Ora mi dice che ha provato a torturare un suo compagno di classe con l’accendino: “E’ che ha una fantasia troppo sviluppata”. In che senso? “Non si preoccupi, capita. Talvolta però gli sembra di vivere i sogni che produce la sua mente. Per esempio a lui piacciono gli animali, tanto. La scorsa settimana ho parlato dei canguri e lui ha detto che presto in Australia ci andrà davvero, con i suoi genitori. “Per più di cento giorni, andiamo in camper“. Me l’ha ripetuto con convinzione e ci è tornato su anche il giorno dopo. Lo conosco, non stava scherzando: era davvero convinto che sarebbe successo, inutile contraddirlo. Magari avete parlato di un prossimo viaggio dall’altra parte del mondo e lui ci ha ricamato su. “Mio papà ha detto che molla tutto per un po‘, si è stufato. Non vuole più vedere quelle facce al lavoro o andare a parlare con le maestre che dicono sempre le solite cose“. No, lo so che lei e sua moglie avete stima in me, magari i bambini colgono frammenti di realtà e li amplificano. Non si giustifichi. A proposito, avete deciso cosa fare a settembre? Lo portate ancora a questa scuola o andrete alle elementari?” Con i nonni è andata meglio. Il papà di Claudio è abituato alle sue stramberie. All’inizio, poi, aveva capito che andavamo in Austria. “Beh, magari poi a Natale vi veniamo a trovare e lo trascorriamo tutti insieme in montagna. Prendete una casa in affitto?”. La mamma si è consolata ricordandosi della sua vicina, che il figlio in Australia ce l’ha per la vita, visto che ha lasciato il Bel Paese ed è andato a vivere a Sydney: “Mi ha detto che è facile telefonare”. Beh, magari quando sei nel deserto del Nullarbor no, però inutile stare a creare stati d’ansia ingiustificati.Tra i conoscenti facce stupite e preoccupate. Ci ha colpito la frase di una carissima amica: “Capisco prendersi una pausa, ma così tanto è troppo. Potevano bastare un paio di mesi”. Opinioni, da rispettare, utili per rifletterci su. Siamo subito tornati a casa per misurare l’Australia con il metro. Due calcoli e un dubbio: “Cinque mesi non saranno troppo pochi?”.

Una parte di Lieto

II. Giochi per strada In Australia sto in camper per ore, ore e ore. E quando mamma e papà di sera mi dicono: domani mattina partiamo all’alba, dobbiamo fare un viaggio lungo e tu devi dimostrare che sei un vero viaggiatore, vogliono dire che il giorno dopo posso scordarmi le partite di calcio e inseguire i miei amici canguri. Però non me lo dicono altrimenti mi fanno diventare nervoso. Io voglio diventare un vero viaggiatore ma non stare sul camper ore e ore e ore.Il problema è che le strade australiane non finiscono mai. Non ci sono neanche gli autogrill. Qualche volta ci fermiano in una rodaus, ma non mi diverto molto perché non ci sono i giochi, neanche un ovetto chinder. Per fortuna fuori ci sono quasi sempre dei grossi rodtrein da vedere mentre fanno benzina. In Australia sono anche fortunato perché posso stare seduto davanti con mamma e papà in un posto proprio come quello dei grandi. Mica come in Italia dove sto dietro, non vedo cosa succede in strada e mi mettono ancora sul seggiolino come un bambino piccolo.La cintura però devo allacciarla anche in Australia. Solo che io dopo un po’ mi annoio. Allora cerco di dormire. Oppure mi faccio fare le coccole dalla mamma e ogni volta sono un animale diverso. Quando voglio essere dolce dolce imito il koala morbido morbido. Oppure dico che sono un cucca barra e comincio a strillare. Quando voglio spaventare la mamma dico che sono un coccodrillo o un serpente o uno squalo. Soprattutto un ragno, perché mamma ha il terrore dei ragni e se ne vede uno anche piccolissimo si agita e non si calma fino a quando qualcuno lo uccide. Quasi sempre tocca a lei, perché papà si fa solo un sacco di risate e io le dico che la maestra dice sempre di non uccidere gli animali.Tantissimissime volte chiedo di giocare a palla, ma mamma e papà dicono sempre no, perché non si può mentre si guida. Ma mica guido io! Leggere e colorare proprio no, altrimenti mi viene da vomitare e ci manca che facciamo altre schifezze in quel camper, che già non si capisce niente. Cosa fare? Ci siamo inventati un gioco per tutti e tre. Una gara: vince chi vede più auto del suo tipo. La mamma conta quante auto piccole incontriamo, a me a papà toccano i rodtrein e i fuoristrada.Vinciamo sempre io e papà. Non perché mamma si distrae, ma solo perché di macchine piccole ne passano proprio poche. A volte cerchiamo di aiutarla, le regaliamo auto mezze grosse facendo finta che sono le sue, ma per lei non c’è speranza. Non arriva a quattro o cinque e noi siamo già a venti.Certi giorni, però, anche quel gioco mi annoia perché non passa nessuno per ore e ore e ore. Allora cerchiamo altre cose: io gli uccelli, mamma i canguri o altri animali. Qualche volta i canguri si fanno vedere proprio in mezzo alla strada. Anche le mucche. Una volta pure un’echidna: che ridere. Io dico: Papà, vai avanti, vediamo se buca le ruote. Ma papà ride e sta fermo finché l’echidna non attraversa la strada. La cosa più divertente è il camper deve passare attraverso i fiumi. Beh, non sono proprio dei fiumi, ma c’è tanta acqua e non si vede più la strada. Allora papà diventa teso e mamma dice: Io da ora in poi non guido più.Non capisco perché quando c’è qualcosa di davvero divertente, loro sono così seri.

Una parte mia
Il Nullarbor Triplice premessa. Cosa dicono i libri. La Lonely sostiene che oggi attraversare il Nullarbor non è più l’impresa avventurosa di un tempo, ma è anche vero che lo stesso testo cita quella alla Circular pool come una passeggiata lungo una discesa un po’ stretta, quando noi sappiamo bene che l’impegno fisico e psicologico richiesto per affrontarle è ben superiore. La stessa Lonely comunque fa presente che è opportuno, prima di avventurarsi nel Nullarbor, procurarsi le giuste dosi di acqua e di carburante. Con un understatement molto British, lascia intendere che trovarsi senza acqua o benzina da quelle parti in una giornata estiva non è esattamente una di quelle esperienze che “fanno tanto vacanza”. Cosa dicono gli amici: gli stessi australiani che incontriamo lungo il viaggio e ai quali confidiamo candidamente le nostre intenzioni, mostrano una cautela inusuale nel prepararsi alla traversata. La famiglia di Jack, l’amichetto di Lieto, per esempio, aspetta che il figlio stia bene (ha vomitato mentre si trovavano a Esperance) prima di fare la conoscenza di quella distesa deserta. Se anche gli australiani preferiscono posticipare di un paio di giorni il loro tour, è abbastanza certo che qualche pericolo dentro, pardon, lungo, il Nullarbor si annidi. Cosa diciamo noi. Myriam ovviamente ha paura solo a sentirlo nominare. Anche quando eravamo ancora nel nostro inverno pavese e l’estate dell’emisfero australe era un sogno che doveva ancora materializzarsi nelle nostre vite. Lieto, per indole e per la fausta ignoranza della geografia che la sua età gli riserva, considerava il Nullarbor alla stregua di Melbourne o della Tasmania, ovvero di luoghi che i genitori gli sciorinavano ripetutamente senza che lui potesse indovinarne le forme e le potenzialità. Claudio mascherava la tensione concentrandosi sui preparativi per l’attraversamento.Poi, messi da parte la Lonely, le chiacchiere nei campeggi, le esperienze degli altri, arriva il momento del nostro Nullarbor. Lui è lì, più quieto e (letteralmente e metaforicamente) disteso che mai. Lo affrontiamo con un po’ di inquietudine, una buona scorta di acqua e di mappe dettagliate per individuare le stazioni di rifornimento carburanti e anche con la giusta dose di Italian way of life. Visto che siamo in pieno periodo prenatalizio e i cioccolatini del calendario dell’Avvento vengono, giorno dopo giorno, addentati da Lieto, ci sembra la cosa più naturale del mondo viaggiare su un camper addobbato con palline, decori da albero di Natale e presepio e per la gioia di Lieto dotato di calendario dell‘Avvento, con un pezzo di cioccolato per ogni giorno di dicembre. Questo camper così festaiolo, ne siamo certi, non turberà in alcun modo l’emozionantissimo nulla che si dipana lungo i due lati della strada. Al tempo stesso, ci ancora al nostro mondo fatto di simboli e riti, ci sentiamo come i bambini che, per paura del buio, preferiscono portare a dormire con sé un orsetto di peluche. Non solo. Nell’unica sera trascorsa sospesi tra due lembi di civiltà che se ne stanno, entrambi, a circa 600 chilometri da noi, ci organizziamo per consumare comunque una cena calda. Lo facciamo gustandoci una pasta con il ragù, preparato con tutti gli ingredienti previsti nella ricetta classica, acquistati il giorno prima in un supermercato di Esperance. Di modi di attraversare il Nullarbor ce ne sono tanti, più o meno avventurosi e faticosi, di sicuro le scelte gastronomiche non sono di solito l’elemento portante nella programmazione del viaggio. La fortuna è dalla nostra, perché il clima è più che gradevole e c’è il desiderio che questi 1.200 chilometri non finiscano mai. Quando partiamo, il primo impatto è deludente. Un posto che si chiama Nullarbor perché diavolo ha arbusti e alberelli? Chiariamo: nulla a che vedere con le foreste pluviali di Cape Tribulation, della Fraser Island, ma attorno a noi non c’è un deserto di sola sabbia come ci aspettavamo. Poi, ritroviamo la vera natura di quel luogo, risuonare in un altro nome che gli è stato attribuito, dagli aborigeni, che da queste parte ci sono passati per decine di migliaia di anni e lo conoscono un po‘ meglio degli uomini bianchi spacconi: Oondiri che in modo decisamente più corretto significa Senza acqua. Terra sabbiosa di un marrone che tende alla trasparenza, vegetazione che pare incapace di resistere a un soffio di vento più gagliardo eppure sta lì, rinsecchita ma tenacemente ancorata al suolo. Lasciata Norseman alle spalle, avamposto occidentale del mondo reale, incontriamo lungo il percorso, in quel vuoto pieno di silenzio, anche alcuni luoghi abitati. Si palesano con la flemma che solo distanze di 200 chilometri l’uno dall’altro possono assecondare. Tutti riuniti, con la pretesa di potersi giocare la carta di una pluridentità che nessuno verrà mai a contestare, si trovano roadhouse e motel e bar e stazioni di servizio e quant’altro ti possa ricordare che si dorme in letti, ci sono luce e acqua corrente e anche degli esseri umani che, in un altrove non ben identificato, continuano a spingere o trascinare le loro vite verso il futuro. Avidamente cerchiamo sulla carta le tappe che possiamo, anzi dobbiamo fare e che il nostro occhio civilizzato fa coincidere proprio con questi luoghi dove uno spazio, seppure minimo è stato addomesticato alle esigenze di chi viaggia su ruote, sidecar e biciclette comprese. Balladonia, Madura, Mundrabilla sono alcuni (tutti quanti messi insieme stanno sulle dita di una mano) dove ci fermiamo, solo per un po’. Mentre si procede lungo il Nullarbor se ci si sintonizza sul paesaggio si gode di una pace assoluta. Non ci sono colori abbacinanti, scenari da cartolina o elementi di distrazione; non devi neppure preoccuparti di seguire la strada giusta: non ci sono incroci, solo una striscia di asfalto che prosegue dritta e rigorosa, quasi incurante dell’universo surreale che ai suoi due lati continua imperterrito a inquietare ed emozionare. Poi arriva il tramonto. Decidiamo di fermarci in un‘area di sosta. Per non investire i canguri, in primo luogo. Anche perché sentiamo che per il Nullarbor è l’ora di “svegliarsi” e non possiamo perderci il miracolo di questo sussulto di vita. Gli arbusti e gli alberelli paiono giganti di velluto nero incollati su una parete dove l’arancione e il rosa duettano per esibire le tonalità più struggenti. Senti che tra quella terra bruciata dal sole palpita, sorprendente, una spiritualità irresistibile. Pochi minuti e lo show si chiude, ma non si fa in tempo a rammaricarsene perché subito si scopre che un altro spettacolo è iniziato. E’ ancora più portentoso ed è pronto a durare tutta la notte: una cascata di stelle si posiziona sulle nostre teste. Sembra di vedere un fermo immagine straordinario: fuochi d’artificio debordanti dal cielo, paiono precipitare, ma nessuno si dissolve sulla terra, tutti restano, a varie altezze, incollati lassù. La Croce del sud non è che un quartetto delle tante, tantissime stelle che sentiamo davvero nostre. Siamo solo noi, chissà dove saranno – se mai ci saranno- altri uomini, donne e bambini. Usciamo dal camper. Senza torcia. Proprio non serve. Tra le mani solo una mappa del cielo dell’emisfero australe. Poi neppure più quella, inutile cercare sulla carta meraviglie che stanno sopra di noi. Ce le godiamo così e sentiamo quanta grazia il Nullarbor così aspro e persino malevolo sappia dispensare. Siamo felici. Dormiamo profondamente rilassati ed è l’alba a richiamarci con il suo silenzio. Proprio là, in quella porzione di mondo, ti accorgi che non c’è un silenzio uguale ad un altro: si tratta solo di imparare ad “ascoltarli”. Il silenzio dell’alba sul Nullarbor “parla” con colori rubati all’arcobaleno: dal viola più solenne al rosa più allegro. Claudio è il primo a notare movimenti cromatici che si dispiegano lungo il nostro orizzonte (stiamo marciando verso est, in effetti). Non si perde un minuto di quel concerto di tonalità le cui note paiono disposte su un pentagramma senza fine. Mentre, assorto, ti godi lo spettacolo, prima quasi impercettibilmente, poi in modo più nitido, ti rendi conto che il Nullarbor ha ripreso le sue sembianze diurne tornando a essere la celebre distesa dalla secchezza imperturbabile. Solo chi dal tramonto all’alba vi ha attraversato la notte sa che quel luogo inospitale, capace di suscitare disorientamento e angoscia in tanti, è in realtà un mago dai mille prodigi. E’ un onore condividere con lui questo segreto. Inebriati dallo spettacolo che l’ingresso della luce sul Nullabor ha voluto regalarci, procediamo ancora per un bel po’ di chilometri. Poi, superato il confine del South Australia, arriviamo a Eucla. Di quel luogo le foto scattate ci ricordano che contiene una stazione di servizio e un paio di edifici, motel e simili. A noi la parola Eucla e il vicino (a un centinaio di chilometri) Bight Marine Park richiamano alla mente una sventagliata, quasi insostenibile con lo sguardo, di bianco e d’azzurro. L’occhio, assuefatto da ore a paesaggi tramortiti dal sole, non è in grado, lì per lì, di avventurarsi lungo le scogliere, candide e perigliose, che si presentano davanti a noi e tanto meno di varcarle fino a raggiungere un oceano inondato di luce. A Eucla i cartelli parlano chiaro: Perth è a 1400 chilometri, per Adelaide ne mancano ancora 1300. E se non si ha la pretesa di raggiungere una vera città, ma ci si accontenta di un paesotto è giusto sapere che Norseman è stato salutato 700 chilometri prima, mentre Ceduna si farà attendere per altri 500 chilometri. Ripartiamo e cerchiamo di imprimerci sulla retina e nel cuore fino all’ultimo scorcio di quel vuoto così pieno di cose. Arrivati a Ceduna abbiamo voglia di una doccia. Ci serve una lavatrice. Eppure a fatica ci accomiatiamo dal Nullarbor che ci ha concesso il privilegio di trovare, per una volta senza artifici ingombranti o sospette mediazioni, noi stessi.

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